C’era una volta una bambina. E c’era una volta una nonna. Già, “c’era”. Perchè ora non c’è più.
E la sveglia suona sempre alla stessa ora e il sole continua a sorgere e a illuminare il gazebo in giardino.
Ci ho passato tanti pomeriggi in quel giardino, correvo tra gli alberi e saltavo nel prato. Poi raggiungevo la nonna per la merenda e una carezza.
Anche se si cresce, si matura, si lavora, ci si innamora..quelle carezze non si dimenticano mai.
E la sveglia suona sempre alla stessa ora, si. Anche stamattina. Che mi devo alzare, vestire e andare all’obitorio perchè è così che si usa fare quando qualcuno ci lascia. E’ morta in ospedale, non nel suo letto. E’ morta con addosso una camicia da notte sdrucita, non la sua di lana fatta con le sue mani.
E mi devo alzare, che altrimenti non faccio in tempo a vederla per l’ultima volta.
Stamattina non c’è un alito di vento. In collina, dove abitiamo noi, c’è sempre vento, e quando non c’è si preoccupano tutti perchè c’è una calma surreale che evoca pensieri di catastrofi imminenti. E lei non poteva morire che in un giorno senza vento. Così che anche chi non la conosceva si sente nello stato d’animo di compassione per andare a salutarla un’ultima volta.
Non c’è nessuno per strada, arrivo in un attimo, anche se avrei voluto trovare mille intoppi e mille scuse per non arrivare in tempo. Come quando, da piccola, dimenticavo apposta di pettinarmi i capelli e lei mi mandava in camera di corsa mentre pregava l’autista dell’autobus di aspettarmi “perchè mia nipote la mattina dorme in piedi”.
Un battito di ciglia e sono già in obitorio. Saluto con un cenno, io che odio smancerie e cerimonie, oggi ho una scusa per evitare di far finta di volervi bene a tutti. Parenti serpenti, mai è stata inventata frase più adatta. Ma lei vi ha fregato, perchè ha lasciato tutto a mio padre. E fate pure finta di offrivi di dare un mano. Ve lo dico io dove dovete mettervela quella mano.
Arrivo da lei, mi sorride, è serena. Piccola piccola nel vestito della festa, in una bara di mogano, con un fiore in mano e la catenina di sua madre. Piccola nonna, ti ho negli occhi ogni giorno.
Lasciateci sole, lei non vi vuole, me lo dice con gli occhi chiusi e il sorriso serrato. Non vi vuole e non vi voglio nemmeno io. Voglio stare io con lei, io soltanto.
E passano ore che sembrano secondi. Volevo rimanere solo un po’ e poi scappare e invece da mattina a sera non mi sono mossa dal suo fianco, allontanando parenti e ingoiando tutto quello che avrei voluto dire.
E poi arriva, l’omino delle casse. Da noi si chiama così, il signore silenzioso che accenna un saluto e che ha l’ingrato compito di chiudere per sempre lo spiraglio d’amore e dolore a cui ci si aggrappa fino all’ultimo istante.
Solo a mio padre permetto di toccarla, suo figlio. Lui l’ha amata davvero. Ma l’ho amata più io, era mia. Era nonna, era amica, era la mia guida del mondo. Mi ha insegnato a leggere, scrivere, capire e sognare. Mi ha preso per mano e non mi ha mai lasciato. Anche adesso, anche se la mano è rigida e fredda io so che lei la vorrebbe stringere con tutte le forze e restare con me.
Si dice che le anime dei morti, a volte, ci diano l’ultimo saluto sotto forma di farfalle bianche.
Allora io comincio a guardare la fessura che si fa sempre più piccola. E non so se per magia o per amore una piccola farfalla si alza e mi vola vicino. Mi sfiora il viso e poi lenta, elegante, va verso il sole, un ultimo battito d’ali, di vita.
FairyVisions